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accoglienza

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maniTutte le volte che qualcuno sta per entrare nella nostra famiglia, io mi sento invaso. Non riesco a liberarmi da questo senso di occupazione dello spazio che mi prende e mi toglie anche un po' di fiato.

Questi 10 anni di accoglienza non fanno rima con esperienza e ogni volta è un evento nuovo. Arriva qualcuno e l'equilibrio che si era costruito è di nuovo incerto: in mutazione, in evoluzione, minacciato, da ricollocare. Comunque non è più quello.

Nascono mille domande, molte preventive, che cercano, cioè, di immaginare come sarà. Così questa esperienza crea il paradosso di far nascere il desiderio di prevedere, di prevenire, perchè altre volte è successo che...; e, così toglie l'incoscienza della novità e pone interrogativi basati su vissuti già provati e su previsioni da attuare per “essere migliori”.

Arriva, quindi, un nuovo accolto e non parte la musichetta in sottofondo e la favola del “buon ingresso”, ma il semplice timore di essere privati.

La preoccupazione è se riusciremo a trovare gli spazi, se potremo difendere i nostri, se i nostri figli e i ragazzi che ci sono già avranno la capacità e la possibilità di continuare la loro vita, con le opportunità di crescita di cui devono godere.

Tutte queste domande affiorano e ogni azione di cura e di benvenuto sono accompagnate da questo senso di invasione. Non c'è nulla da fare; non me lo riesco a togliere.

L'incertezza è per me sempre destabilizzante, ma anche qualcosa che mi costringe a interrogarmi costantemente, rimettermi in gioco, riprovare. Non sono l'abitudine né la consuetudine le basi della mia quotidianità; non lo ho mai cercate.

Ma il costante e presuntuoso tentativo di controllare gli eventi continua ad essere il centro delle mie preoccupazioni. Ecco allora che ognuno dei 10 accolti a casa nostra è la forma e il contenuto di una delle nostre scelte di essere famiglia, ma anche il costante punto interrogativo della stabilità e del futuro di questo pezzo di vita. E così il nuovo arrivato è la minaccia e la speranza; il desiderio e l'incognita; la scelta e il timore di fallimento.

Lui arriva perchè prima ci siamo chiesti se proseguire e ci siamo risposti. E lo abbiamo fatto anche con i nostri figli più grandi, che non hanno dovere di scegliere, ma diritto assoluto di esprimere una preferenza. La risposta è stata positiva all'unanimità e subito lascia posto alla domanda: “ce la faremo?”; domanda sempre accompagnata dagli interrogativi: “ci staranno?”, “saremo capaci?”, “ognuno reggerà?”.

Un nuovo dubbio poi sorge in questi ultimi tempi “fino a che punto?”. Perchè è il limite che adesso si presenta all'orizzonte. Quando salpammo non c'era alcuna preoccupazione nel volgere lo sguardo all'orizzonte. Non poteva spaventare il vederlo vuoto, ininterrotto. La navigazione incrociava continuamente isole grandi e piccole, ma nessuna aveva la dimensione di oscurare l'orizzonte. Ora invece, guardando l'orizzonte inizia ad affiorare l'interrogativo della collocazione del porto di arrivo. Non tanto con la domanda “quando arriveremo?”, perchè non è la nostalgia a guidare la rotta. Ma è la domanda “riusciremo ad arrivarci?” che guida la navigazione.

La nave, nel frattempo, si è molto riempita e poco svuotata. I passeggeri saliti non sono di fatto quasi mai scesi e ogni tanto si ritrovano in qualsiasi porto di meta intermedia. Così il vascello da guidare sembra essere sempre più pesante. Non può, quindi, mancare l'interrogativo sulla capacità di arrivare in fondo e come arrivarci, insieme al quando, perchè questo orizzonte è spostabile in avanti o indietro. Quanti passeggeri sono in grado di portare?

Non c'è una risposta certa, ma c'è un sistema che aiuta a capire quando è il momento di attraccare: la nave non deve affondare né rischiare di farlo. La nave si deve fermare quando è ancora in salute e capace di navigare, pur avendo la consapevolezza che la prossima mareggiata potrebbe essere troppo grossa.
Allora ci si ferma e il porto che offrirà il proprio spazio per l'attracco, sarà quello giusto, inaspettato e per questo ospitale.

Ma mentre ci si arriva è meglio sempre dirsi che ogni passeggero è un invasore benvenuto. Non si potrebbe proprio raccontare una favola ogni volta; ma cercare il lieto fine sempre.

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