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sara prandiIntervento della nostra Sara Prandi, insegnante di scuola primaria e incaricata di Zona Agesci alla branca RS, all'incontro "Ha ancora senso investire sulla comunità locale?" del 17 giugno 2026 Auditorium "Loria" di Carpi che si inserisce nel percorso di ricerca/azione "Nuove prospettive modenesi. Valori, idee e progetti per il futuro" promosso da Fondazione SIAS e Centro Culturale F. L. Ferrari.

Buonasera a tutti e tutte, e grazie per questo focus group che ci permette di riflettere ancora sul valore che hanno le associazioni e la scuola sul territorio.

Ci tengo a iniziare ricordando il mio ruolo e specificandolo: sono qui come insegnante, ma anche come incaricata alla Branca RS di Zona. Questa doppia veste mi porta a vivere quotidianamente il legame tra educazione formale e non formale.

Nel leggere il documento del focus group, mi è tornato subito in mente il libro “L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono. All'inizio l'autore descrive una comunità desolata, scrivendo:

“Le famiglie serrate l’una contro l’altra in quel clima di rudezza eccessiva esasperano il loro egoismo sottovuoto. L’ambizione irragionevole si sviluppa senza misura, nel desiderio di sfuggire a quei luoghi”.

È la fotografia dell'isolamento. Ma poi arriva un uomo, Elzéard Bouffier. Lui “esaminava i frutti molto da vicino". “Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi rispose di no. Sapeva di chi era? Non lo sapeva. Supponeva che fosse una terra comunale o forse di proprietà di gente che non se ne curava? Pianto così cento ghiande con estrema cura.”

Ne aveva piantate 100.000, ne erano spuntate 20.000, e tra tutto ciò che è imprevedibile nei disegni della Provvidenza, rimanevano 10.000 querce dove prima non c’era nulla. Alla fine, scrive Giono, “Era ormai un posto dove si aveva voglia di abitare”.

Ecco, io trovo che investire nella comunità locale sia centrale nella vita di tutti gli insegnanti che sognano. Ricordo che quando facevo formazione primaria all’Università di Modena e Reggio ci chiedevano perché volevamo diventare insegnanti. Oltre alle risposte “mi piacciono i bambini”, c’erano anche tante persone che rispondevano “perché vorrei cambiare il mondo”. Adesso mi limiterò a dire: “per cambiare la mia comunità locale” 😂 ed è già sufficiente.

Dal documento del focus group emerge un dato chiaro: “Il post pandemia ha dimostrato che la necessità dei corpi intermedi non è affatto venuta meno, ma è al contrario una condizione vitale per la sopravvivenza della democrazia. Svolgono un ruolo importante di contrasto all'isolamento sociale e alla solitudine. Le formazioni sociali offrono luoghi fisici e relazionali in cui ricostruire legami di solidarietà e riattivare il desiderio di costruzione collettiva”.

Penso davvero che la scuola possa essere un incubatore civico importante, come viene citato alla fine del documento. Da insegnante mi ritrovo spesso a far sì che le lezioni possano essere spazio di ragionamento su quello che accade nel territorio e sul creare delle sensibilità per i futuri cittadini e cittadine. Non sono mai troppo piccoli per poter parlare di diritti, di migrazione, di cura dell’altro, di impegno politico, di legalità.

Sul valore della scuola come attore principale di cambiamento sociale — perdonate sempre le reference da insegnante — consiglio a tutti e tutte di guardare Klaus, un film di animazione che ha vinto l’oscar nel 2020. Le istituzioni del territorio e la scuola non devono aspirare che i bambini e le bambine debbano avere delle ambizioni, ma devono creare delle strade per capire che ambizioni — che mi piace di più chiamare sogni — queste persone vogliono avere.

A questo proposito, vorrei citare il Comitato musica e sport in memoria di Enrico Lovascio, perché ha creato a Carpi vari modi in cui esprimersi e coltivare il talento nelle giovani generazioni.

Ho apprezzato molto, nel lavoro di ricerca del documento, la spinta a voler superare la didattica frontale dell’educazione civica. Sempre di più viene richiesto agli insegnanti e agli educatori di far vivere delle esperienze significative. Ai ragazzi e alle ragazze non basta sentir raccontare: è sempre più necessario far sì che la scuola e le associazioni promuovano educazione attiva ed esperienziale (per citare grandi attivisti pedagogici come Dewey, Claparède, Freinet).

Ma non da soli! In rete, in collaborazione. Come avviene ad esempio a settembre — frutto del lavoro bellissimo fatto al Forum giovani in collaborazione con le istituzioni del Comune di Carpi — o durante l’emergenza Flotilla. Solo così potremo davvero vedere dei risultati tangibili di quante persone stanno osservando accuratamente e piantando ghiande. Come dice una bellissima testimonianza del focus group a pagina 9: “Il senso di comunità, ovvero vedere che ci sono persone appassionate di qualcosa e poterne parlare insieme”.

Questo significa unire la spinta ideale all’azione sul territorio. E ci porta a una riflessione sul ribaltamento del Tema del Potere, prendendo in prestito dal Lessico minimo di pedagogia libertaria (p. 20) di Filippo Trasatti, l'importanza dei singoli che lavorano nella collettività:

“Erich Fromm nel suo Fuga dalla libertà ha proposto una distinzione tra la capacità come potere di fare qualcosa e il dominio come possesso di potere su qualcuno. C'è uno stretto rapporto tra potere e libertà. Io sono libero di fare (o non fare) qualcosa quando ho il potere di farla; se non potessi, non si porrebbe in alcun modo la questione della Libertà.”

Questo concetto di libertà intesa come "potere di fare" è cruciale. Un problema che spesso sento con i ragazzi a cui faccio servizio è la loro percezione di impotenza a fronte di macro-problemi globali. Questa difficoltà li porta a frustrazione ed ansia.

Credo che il nostro ruolo educativo debba far sì che l’attenzione venga riportata alle relazioni, alla cura, alla comunicazione non violenta che abbiamo nelle vite che conduciamo quotidianamente. Alla responsabilità che abbiamo come individui singoli di fronte alla collettività.

Educare e insegnare richiede intrinsecamente di radicarsi in un luogo. In un territorio. Perché le relazioni, per essere di significato, devono essere tali: richiedono costanza, umiltà, amore e prossimità. Richiedono presenza fisica. I ragazzi che ci sono affidati chiedono di essere visti e ascoltati. E senza contatto, senza occhi e orecchie, mani e cuore, questa cosa non si può fare.

Solo così io educo anche al comprendere la lentezza dei cambiamenti, alla pazienza che è necessaria. Serve una ripetizione lenta e costante — cosa a cui siamo sempre meno abituati. Serve attenzione e fermarsi nel rileggere le complicazioni. È fatica, flessibilità e allenamento alla fallibilità (che in campo educativo, avendo a che fare con gli umani, incoerenti e fallibili per natura, è proprio pane quotidiano).

Solo così educo a comprendere che se nelle relazioni le cose sono così complicate ma bellissime, io non posso essere la soluzione da solo per i macro-problemi globali. C’è una canzone bellissima di Emma Nolde, intitolata “Piano Piano”, che in un verso dice:

“C’è chi vuole arrivare alle stelle, e chi come noi preferisce guardarle”.

Ecco, noi forse non arriveremo alle stelle del mondo globale, ma curiamo la terra su cui poggiamo i piedi. E voglio terminare proprio con una poesia, “Un villaggio per crescere” dal libro Poesie del camminare di Carlo Marconi e Serena Viola, che racchiude tutto questo:

È cielo dove sorgono domande,
è culla da proteggere con cura,
è il piccolo che sboccia e si fa grande,
talento, inclinazione che matura.

È dono di giornate allegre e piene,
è scuola dove insegno dove imparo,
è quel sentire che se ti appartiene.

Mi abita nel cuore e già mi è caro.

È strada, itinerario, passo e viaggio,
è casa dove crescere: villaggio.

Grazie.

 

locandina 17 giugno

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